Nel cuore del venerdì santo si erge la figura del Cristo sofferente e morente raffigurato secondo i lineamenti del celebre quarto carme del Servo del Signore (Is 53). In questo canto si disegnano la nascita, la vita, la passione, la morte, la sepoltura e la glorificazione di un personaggio messianico misterioso. È un uomo sfigurato e macerato, eppure il suo dolore non è espiazione di un suo peccato: il castigo sarebbe nostro, il dolore è diventato suo. È una sofferenza feconda, «vicaria», sono cicatrici sanguinanti che paradossalmente ci curano. La sua vita sfocia nel martirio e nel sepolcro, eppure una lapide ideale è posta sulla sua tomba: «Non ha commesso violenza, non vi fu inganno nella sua bocca». Ma la morte non è il definitivo estuario della vita del Servo. Il giusto, infatti, contempla la luce, si sazia della conoscenza di Dio e davanti al Signore egli riconduce tutti gli uomini che sono stati salvati dal suo sacrificio espiatorio.
XXVIII DOMENICA ORDINARIO
Il Vangelo è composto da due parabole; quella del banchetto di nozze, i primi sì invitati non si degnano di partecipare, i dottori della legge, gli scribi, i notabili, e vengono invitati gli scartati dalla comunità religiosa, e l'invitato a nozze, senza l'abito nunziale, segno di dignità e elezione. Verrà scartato perché rappresenta quelli che dicono: Signore, Signore, ma non fanno la volontà di Dio.