Di Giulio Albanese per il mensile “Popoli e missione”

Il giornalismo nostrano ha bisogno di redenzione. Il mondo missionario italiano lo denuncia, con sfumature diverse, da molti anni stigmatizzandone le matrici eccessivamente commerciali e politiche (legate soprattutto ai partiti) che ne condizionano l’identità e la terzietà.
La mercificazione a cui è sottoposto l’intero comparto massmediale, il clientelismo imposto ad alcuni potentati del sistema informativo, nonché l’emissione affannosa di notizie resa necessaria dalle regole della comunicazione in tempo reale, rappresentano un forte limite nel raccontare i fatti e gli accadimenti su scala planetaria, in particolare quelli che si verificano – per usare il gergo di Papa Francesco – nelle tante periferie del mondo. Inoltre, i prodotti veicolati dalle grandi testate televisive, radiofoniche e della carta stampata presenti anche in internet, hanno spesso un carattere fortemente provinciale, considerando le questioni internazionali come secondarie nell’architettura dei piani editoriali. Ecco che allora si esalta, per così dire, l’aneddotica casereccia senza vedere il quadro generale del Bel Paese, in Europa e più In generale nel villaggio globale. Col risultato che, quando si verificano gli sbarchi di profughi sulle coste italiane, ci si sofferma solo sulla cronaca immediata senza spiegare le vere ragioni della mobilità umana.

LA STRAGE DI MOGADISCIO
Emblematico è quanto avvenuto lo scorso 14 ottobre a Mogadiscio dove si è verificato un devastante attentato perpetrato dagli al Shabaab, una milizia jihadista che da anni semina morte e distruzione in Somalia e anche nel vicino Kenya. Nella capitale somala gli attentati sono all’ordine del giorno, ma in quello di cui stiamo parlando hanno perso la vita 358 persone e 228 sono rimaste ferite, di cui 122 cosi gravi da essere aviotrasportate all’estero. Lungi da ogni retorica, è inammissibile che la stampa internazionale e particolarmente quella italiana abbiano mostrato un’avarizia accidiosa e imbarazzante nel fornire notizie su un evento di così orrende proporzioni che i cronisti africani hanno definito «l’11 settembre della Somalia». Ma ci sono ad esempio anche problemi in Togo, Paese dell’Africa Occidentale dove da mesi sono in corso forti proteste popolari che reclamano una limitazione del numero dei mandati presidenziali, in modo da consentire un’alternanza ai vertici dello Stato, le cui redini, dal 2005, sono saldamente nelle mani del presidente Faure Gnassingbé Eyadéma, figlio del dispotico generale Gnassingbé Eyadéma, che regnò ininterrottamente per 38 anni, fino alla sua morte. Il governo di Lomé si è macchiato ripetutamente di crimini indicibili nei confronti dei dissidenti per imporre un progetto di modifica costituzionale (che ha promesso di sottoporre a referendum popolare), ma che l’opposizione respinge perché la limitazione dei mandati non è retroattiva, e ciò permetterebbe a Faure Gnassingbé di ripresentarsi nel 2020 e successivamente nel 2025. Da rilevare che le responsabilità dell’ex potenza coloniale, la Francia, nella storia postcoloniale togolese sono note agli analisti internazionali, ma non vengono quasi mai mediatizzate. E il silenzio dei massmedia occidentali, inclusi quelli italiani, riguarda anche la cronaca segnata da spargimenti di sangue perpetrati dalle forze speciali. Non è un caso che papa Francesco abbia dedicato la 52esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2018) al tema: “La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Notizie false e giornalismo di pace”, ovvero al rapporto fra informazione, disinformazione, conflitti e povertà. Le notizie false – affermava una nota della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede – rappresentano «una distorsione spesso strumentale dei fatti, con possibili ripercussione sul piano dei comportamenti individuali e collettivi.
In un contesto in cui le aziende di riferimento del socio! web e il mondo delle istituzioni e della politica hanno inizia ad affrontare questo fenomeno, anche la Chiesa vuole offrire un contributo proponendo una riflessione sulle cause, sulle logiche e sulle conseguenze della disinformazione nei media e aiutando la promozione di un giornalismo professionale, che cerca sempre la verità, e perciò un giornalismo di pace che promuova la comprensione tra le persone».

TIMORI E PREGIUDIZI SUI MIGRANTI
È evidente che queste considerazioni del pontefice sul vasto areopago dell’informazione giornalistica vanno ben al di là del contesto italiano e dunque sono estendibili anche ad altri Paesi. Ciò non toglie che i regimi politici, un po’ a tutte le latitudini, influenzino ogni genere d’emittenza, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza. Essi determinano, alla prova dei fatti, un meccanismo manipolatorio per cui, come diceva saggiamente il grande sociologo Zygmunt Bauman, «i governi non hanno poi tanto interesse a placare le paure dei cittadini, piuttosto alimentano l’ansia che deriva dall’incertezza del futuro, spostando la fonte d’angoscia dai problemi che non sanno risolvere a quelli con soluzioni più mediatiche». Bauman è sempre stato convinto di come qui, nell’Europa che ci appartiene, le comunità diventino spesso «la comoda valvola di sfogo per il risentimento della società, a prescindere dai valori dei singoli, da quanto impegno e onestà questi mettano in gioco per diventare cittadini». Emblematica è la questione migratoria che viene peccaminosamente strumentalizzata per far credere all’opinione pubblica che Io Stivale è sotto assedio.
Il timore dell'”invasione”, il rifiuto dell’altro – quasi sempre il migrante – diverso per colore della pelle, cultura, costumi, domina purtroppo in modo ossessivo sulle prime pagine diffondendo i peggiori pregiudizi: ad esempio il fatto che gli africani siano latori d’ogni genere di pandemie (ebola, malaria e quant’altro) unitamente a contumelie, malversazioni e vessazioni d’ogni genere. Eppure i numeri di questi ultimi anni andrebbero non solo diffusi in termini comparativi, ma anche spiegati nella loro genesi. Ad esempio la mobilità umana dal Mediterraneo ha portato nel 2016 oltre 180 mila persone a sbarcare in Italia nel 2016, mentre 5.022 sono state le vittime censite nel cimitero liquido del More Nostrum, ribattezzato dai missionari Monstrum. Un flusso, peraltro, che è notevolmente rallentato dal luglio di quest’anno, come testimoniato dai numeri aggiornati al 30 settembre 2017, per l’effetto delle politiche di respingimento volute dall’Europa. Sta di fatto che secondo i dati dell’Unhcr, tra l’1 gennaio e il 30 settembre 2017 sono sbarcate in Italia 104.949 persone. Un dato in diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2016, quando arrivarono 132.050 persone (-20%). Curiosamente, però, in Italia sono poche le testate giornalistiche che raccontano di come l’Africa sia sottoposta ad una pressione migratoria molto più consistente. Basti pensare all’Uganda – che ha la superficie dell’Italia senza le isole – che quest’anno ha ospitato un milione di rifugiati. Solo nella regione nord-occidentale del West Nile (che ha la superficie della nostra regione delle Marche) sono stati censiti 450 mila profughi sudsudanesi, mentre la vicina Etiopia ne ha ospitati 500 mila.

SFIDA MASSMEDIALE
Come se non bastasse, proprio qui in Italia, la principale preoccupazione oggi, soprattutto nel settore televisivo (ma non solo), è l’audience, col risultato che la vera sfida massmediale non consiste tanto nell’informare l’opinione pubblica su quanto sta avvenendo sul palcoscenico internazionale, quanto piuttosto nel soddisfare presunti interessi e appetiti attraverso programmazioni all’insegna del gossip o della cronaca rosa e nera del momento. È una sorta di circolo vizioso per cui gente che non è mai stata adeguatamente informata induce il giornalismo stesso nel suo complesso ad essere approssimativo ed emotivo, alimentando esso stesso l’ignoranza della gente. Naturalmente, non è lecito fare di tutte le erbe un fascio. Ci sono delle evidenti eccezioni: la nostra stampa cattolica e missionaria, qualche testata quotidiana, settimanale o mensile di nicchia, alcuni giornalisti che sopravvivono, col loro rigore e spirito indipendente, alle pressioni delle reti televisive pressappochiste che pervadono l’etere. Sì, vi sono lodevoli eccezioni, sia sulla carta stampata che in televisione
e alla radio, ma questi valorosi eroi che si sforzano di “dare voce a chi non ha voce” non riescono spesso a contrastare il pensiero debole, quello della passionalità faziosa e dell’ignoranza funzionale
al diktat dell’interesse. È per questa ragione che come redazione di Popoli e Missione, al termine di questo anno solare 2017, rivolgiamo un accorato appello per sostenere l’informazione missionaria che è la prima forma di solidarietà e l’antidoto per contrastare quella
che papa Francesco ha definito la “globalizzazione dell’indifferenza”.